Iraq 1972: quando ancora non c’era Saddam

Nei miei articoli del 1972 su “Tuttosport”, al ritorno da Baghdad, raccontai tutto quello che aveva visto in un Paese ben diverso da quello distrutto oggi dalla guerra. Parlai della nazionalizzazione del petrolio, della guerra a Israele, dell’affrancamento dal gioco anglo- americano.

Avevano attratto la mia attenzione le vignette anti-israeliane a anti-americane pubblicate dai giornali: su “Arab Week” ne avevo visto una che rappresentava il presidente americano Nixon che ballava con il primo ministro israeliano Golda Meir, mentre in un’altra Dil generale ebreo Moshe Dayan mungeva dollari da una mucca con la testa della Statua della Liberta’. Dayan era particolarmente preso di mira: su un muro era rappresentato boccheggiante per terra, mentre da un pozzo di petrolio veniva fuori una baionetta che stava per colpire il suo occhio buono.
Nella Piazza della Rivoluzione in alcuni pannelli erano rappresentati l’arresto e l’uccisione del re Faisal II e l’avvento al potere del Popolo. Saddam non era ancora apparso: avrebbe preso il potere sette anni dopo, nel 1979.

La gente dormiva sui marciapiedi, a Baghdad. Un caldo infernale (42 gradi) in giugno costringeva tutti ad arrangiarsi dove capitava, non essendo le case dotate (allora) di aria condizionata. Dalle finestre del nostro hotel si vedevano i terrazzi pieni di letti, coperti da baldacchini, per proteggere gli sposi da sguardi indiscreti.
I funerali si celebravano di notte. Il morto veniva trasportato sul tetto di un taxi o sugli asini verso i cimiteri della periferia. I personaggi piu’ importanti erano sepolti alla Kerbala, la Citta’ Santa, nella moschea del califfo Imam Ali’, cognato di Maometto.

C’era un commerciuo illegale di posti-tomba e i morti piu’ “importanti” arrivavano,accompagnati dai parenti, dalla Persia, dal Kuwait, da lontano per essere sepolti -a peso d’oro- nella Karbala.

Appresi che una volta l’anno, nel mese di maggio, gli sciiti ricordavano il martirio di Husein e Hasan, figli di Ali’, flagellandosi a sangue, percuotendosi il capo e arrivando spesso al suicidio, per raggiungere il paradiso piu’ celermente. Una giornata di masochismo collettivo.

Mi dissero che il matrimonio era in realta’ una compravendita: le famiglie degli sposi si mettevano d’accordo e quella del marito pagava una certa somma per “comperare” quasi la sposa. I due giovani si conoscevano dopo le nozze e, nelle famiglie piu’ moderne, era permesso lo scambio delle fotografie dei futuri sposi.

I mariti traditi incaricavano un parente di far fuori la moglie fedifraga. Un anno di carcere puniva il delitto d’onore. Ma la possibilita’ di avere fino a quattro mogli, riduceva notevolmente il numero di questi delitti.

Le cupole d'oro della moschea di Kadhimein, sulla testa dei giornalisti

Le cupole d’oro della moschea di Kadhimein, sulla testa dei giornalisti. Lolli, Contarini, Facchinetti e Zuccalà

Il giorno della vista alla grande Moschea di Kadhimein resta indimenticabile nel mio ricordo ormai lontano. Lungo un viale ricco di palmeti, dal ponte sul Tigri scorgemmo il monumento dalle cupole d’oro e dai quattro minareti. Lungo il vialone piu’ vicino alla Moschea, bare maleodoranti a dorso di mulo avanzavano verso il cimitero. La nostra presenza non venne accolta con simpatia. Per “incoraggiarci”, ci raccontarono che qualche tempo prima, un americano era stato pugnalato. Uomini barbuti e donne tatuate nelle parti della faccia visibile ci guardavano con diffidenza.

Ci fu permesso di scattare qualche foto solo nel cortile della Moschea di Kadhimein e poi avremmo dovuto lascare le nostre monumentali macchine fotografiche e la cinepresa all’ingresso. Ce le avrebbero poi restituite ? Muri splendenti di madreperla e decorazioni dorate facevano bella mostra di se’.

Una piccola folla di curiosi si raduno’ attorno a noi. I santoni ci ordinarono di ripetere a voce alta quanto ci veniva suggerito, prima di entrare. Chissa’, forse senza saperlo, diventammo musulmani. Un tizio con un poco promettente bastone a uncino ci diede un colpo sui piedi e dovemmo mollare le scarpe in un calderone pieno di migliaia di calzature. Le avremmo ritrovate ?
Recitammo un’altra preghiera incomprensibile con le mani rivolte al cielo e poi fummo ammessi. Cosi’ potemmo varcare la porta intarsiata d’oro della Moschea. Tetti di cristallo finissimo, volta tutto d’oro. Due sarcofagi, anch’essi d’oro, erano protetti da una grata, circondata da una folla di fedeli che ci guardava con sentimenti poco fraterni. Il religioso che ci accompagnava spiegava a tutti che anche noi eravamo venuti in pellegrinaggio.

Ma la folla non cesso’ di essere ostile e allora il nostro accompagnatore ci porto’ fuori di fretta, dopo aver recuperato scarpe, macchine fotografiche e la preziosa cinepresa.

 

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